Alla ricerca di E.T. oltre il “water hole”
In occasione del National Astronomy Meeting (Nam) inglese, organizzato dal 20 al 24 luglio 2026 a Birmingham dalla Royal Astronomical Society, è stato presentato uno studio che potrebbe ridefinire le strategie del programma Search for Extraterrestrial Intelligence (Seti). La ricerca, condotta da un team di scienziati guidati dall’Università di Manchester, suggerisce che eventuali segnali prodotti da civiltà extraterrestri potrebbero nascondersi in regioni dello spettro radio finora quasi del tutto ignorate. Per questo motivo propone di estendere le ricerche alle frequenze millimetriche e submillimetriche, utilizzate in astronomia per altri scopi, aprendo un territorio ancora praticamente inesplorato nella caccia alle cosiddette tecnofirme.
Storicamente, le indagini radio del Seti si sono concentrate su una finestra di frequenze radio compresa tra 1,42 e 1,66 gigahertz, nota come water hole (“buco dell’acqua”). La scelta di questo “canale di ascolto” non è casuale. L’intervallo si trova infatti tra due frequenze radio molto importanti: il limite inferiore coincide con la celebre riga a 21 centimetri emessa dall’idrogeno neutro (HI), l’elemento più abbondante dell’universo, mentre quello superiore comprende le principali righe di emissione del radicale dell’ossidrile OH.
Poiché le due specie chimiche formano insieme l’acqua, una molecola fondamentale per la vita come la conosciamo, da tempo gli scienziati ipotizzano che una civiltà tecnologicamente avanzata possa riconoscere il significato universale di questo intervallo di frequenze e sceglierlo come canale per comunicare.
È da questa idea che deriva il nome water hole e il suo significato simbolico: in inglese il termine indica una pozza d’acqua dove gli animali si ritrovano per abbeverarsi. Per analogia, questa regione dello spettro radio potrebbe rappresentare il luogo simbolico dove civiltà intelligenti potrebbero “incontrarsi” per comunicare.
Il nuovo studio suggerisce però di cercare segnali di intelligenze extraterrestri a frequenze radio più elevate, finora trascurate dal Seti, ben oltre il tradizionale “buco dell’acqua”.
«Per decenni, le ricerche Seti si sono concentrate su una parte relativamente piccola dello spettro radio», spiega Louisa Mason, ricercatrice dell’Università di Manchester che ha presentato lo studio al Nam 2026. «Volevamo chiederci cosa potrebbe accadere se guardassimo altrove. Le bande radio millimetriche e submillimetriche rimangono quasi completamente inesplorate per il Seti, quindi si tratta di aprire una nuova area dello spazio dei parametri di ricerca».
Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno sfruttato i dati d’archivio di Alma, il radiointerferometro composto da 66 antenne situate sull’altopiano di Chajnantor, nel deserto di Atacama, in Cile. In particolare, il team ha analizzato le osservazioni raccolte dall’array di radiotelescopi nella banda 3, un intervallo di frequenze normalmente utilizzato per studiare gas, polveri, molecole e regioni di formazione stellare. Si tratta della prima indagine Seti, sottolinea Mason, condotta utilizzando i dati di questa struttura di ricerca.
L’analisi si è concentrata sulla ricerca di segnali radio a banda stretta (narrowband), una tipologia di emissione considerata una possibile tecnofirma artificiale perché difficilmente riconducibile a processi astrofisici naturali, che tendono invece a produrre emissioni distribuite su intervalli di frequenza molto più ampi.
Analizzando due finestre spettrali centrate a 90,642 e 93,151 GHz nei dati ottenuti da osservazioni d’archivio, i ricercatori non hanno individuato alcuna tecnofirma candidata al di sopra della soglia di rilevazione. Si tratta di un esito negativo che, precisano i ricercatori, non implica l’assenza di civiltà intelligenti, ma indica semplicemente che, nelle limitate finestre di frequenza esaminate in questo studio, non è stato rilevato alcun segnale compatibile.
Sebbene l’indagine abbia riguardato soltanto quattro osservazioni d’archivio, gli scienziati sottolineano che il lavoro dimostra come i radiotelescopi operanti alle alte frequenze possano diventare strumenti preziosi per le future indagini Seti.
I risultati della ricerca non riguardano solo le frequenze da ascoltare per la ricerca di tecnofirme. Un altro aspetto rilevante dello studio è legato, infatti, alla rivalutazione del numero di stelle catturate durante le osservazioni telescopiche.
Ogni volta che un telescopio viene puntato verso un determinato bersaglio, nel suo campo di vista ricadono inevitabilmente anche molte altre stelle. Tradizionalmente, i ricercatori hanno stimato questo stellar bycatch (“cattura accidentale di stelle”, per analogia con la pesca) utilizzando i cataloghi stellari derivati da missioni come Gaia. In questo studio, invece, è stato utilizzato un codice, il modello galattico di Besançon, che consente di stimare l’intera popolazione stellare presente in ciascuna osservazione, comprese stelle troppo deboli, troppo lontane o non identificabili con sufficiente affidabilità nei cataloghi esistenti.
Applicando questo metodo a un precedente sondaggio Seti composto da 1.327 puntamenti, la stima delle stelle effettivamente incluse nella ricerca è passata da circa 288mila, identificate tramite Gaia, a oltre 6,1 milioni utilizzando il modello. Secondo i ricercatori, questo fornisce una rappresentazione molto più realistica dell’effettiva porzione della nostra galassia già esplorata alla ricerca di tecnofirme.
«Uno degli aspetti più entusiasmanti di questo lavoro è aver scoperto che abbiamo osservato molte più stelle di quanto pensassimo inizialmente», dice a questo proposito Mason. «Anche una singola osservazione può includere un numero enorme e una grande varietà di stelle che non avevamo nemmeno intenzione di studiare. Combinando osservazioni ad alta frequenza e simulazioni della Via Lattea possiamo capire molto meglio ciò che abbiamo realmente esplorato e individuare le regioni più promettenti in cui concentrare le future ricerche».
Pur non avendo individuato alcun segnale artificiale, i ricercatori auspicano che il loro lavoro incoraggi la comunità scientifica a estendere le future ricerche a una porzione molto più ampia dello spettro radio, sfruttando al tempo stesso il vasto patrimonio di dati già disponibili.
Per saperne di più:
- Leggi su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society l’articolo del 2025 “Simulating the stellar bycatch: constraining the prevalence of extraterrestrial transmitters within radio SETI surveys”, di Louisa A Mason, Michael A Garrett e Andrew P V Siemion
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